Whitesnake + The Dead Daisies – Alcatraz, Milano – 29 novembre 2015

 

C’è davvero tanta attesa per il ritorno in Italia di David Coverdale ed i suoi Whitesnake, tanto che già qualche settimana prima dell’unico show previsto all’Alcatraz di Milano è stato raggiunto il previsto sold out ed in rete si è scatenata la caccia alla ricerca del biglietto perduto. Alla voglia di rivedere dal vivo uno dei frontman più carismatici di tutti i tempi, si accompagnano la curiosità di poter vedere la band del Serpente Bianco presentare dal vivo alcuni brani risalenti all’epoca delle formazioni Mark 3 and Mark 4 dei Deep Purple (cosa più unica che rara) e, soprattutto, il desiderio di poter dare il più caloroso benvenuto possibile al figliol prodigo Michele Luppi, approdato, dopo tanti anni di dura gavetta, nientemeno che alla corte di Sir Coverdale, rendendoci tutti orgogliosi del fatto che un nostro connazionale abbia finalmente ottenuto la giusta considerazione in ambito mondiale.

È strano l’effetto di andare ad un concerto di veri e propri giganti del rock all’interno di un club (seppur grande) come l’Alcatraz, anche se questa perplessità è ben bilanciata dalla soddisfazione di poter assistere ad uno show di tale portata in un’atmosfera più raccolta e dal piacere di poter guardare negli occhi il tuo idolo che si esibisce a pochi metri da te.

Cosa dire ancora di David Coverdale? Oltre a rappresentare lo stallone rock per eccellenza (anche oggi a 64 anni la sua carica sensuale resta irraggiungibile per cantanti molto più giovani di lui), egli ha scritto la storia del genere, sin da quando giovanissimo esordì nei Deep Purple incidendo un album capolavoro come “Burn” (in cui le vocals venivano divise con un altro gigante quale Glenn Hughes), per arrivare poi alla fondazione dei Whitesnake, hard rock blues band per eccellenza nella prima fase di carriera e superbi protagonisti della grande stagione dell’arena rock americano in seguito. Oggi, per quanto la capacità di tenere il palco rimanga immutata, la voce non è più quella dei tempi d’oro (e non potrebbe essere altrimenti) ma David ha l’intelligenza di farsi accompagnare sul palco da una band composta da fuoriclasse assoluti che, oltre a padroneggiare egregiamente i propri strumenti, sono in grado di fornirgli anche un eccellente supporto a livello vocale: e proprio in quest’ottica deve essere letto l’ingresso nella band di Michele Luppi, il quale, oltre che a destreggiarsi alla grande coi tasti d’avorio, dà il suo contributo (e che contributo) anche a livello di backing vocals.

Con questi pensieri in testa, dopo aver superato la scrupolosa perquisizione con tanto di metal detector all’ingresso e guadagnato le migliori posizioni all’interno del locale, ci accingiamo con interesse ad assistere allo show della band di apertura, ossia i The Dead Daisies, da poco tornati sul mercato col secondo album “Revolución” (Ingrooves, 2015). La band è una sorta di supergruppo caratterizzato da una sezione ritmica da leccarsi i baffi composta da Marco Mendoza al basso e Brian Tichy alla batteria (entrambi con un passato proprio nei Whitesnake), accompagnata dal talentuoso vocalist John Corabi (noto ai più per il suo breve passato nei Mötley Crüe), dal chitarrista fondatore David Lowy e dai due Guns N’ Roses “minori” Dizzy Reed (tastiere) e Richard Fortus (chitarra solista).

Il sestetto entra in scena accompagnato dalle note registrate della Sabbathiana “War Pigs”, ancora oggi purtroppo attualissima visti gli avvenimenti delle ultime settimane, e si lancia subito nella trascinante cover di “Midnight Moses” della Sensational Alex Harvey Band: impossibile restare fermi di fronte all’incredibile groove che la band trasmette dal vivo, trascinata dal “bassista pelvico” Mendoza, vero leader non dichiarato del gruppo, piazzatosi prepotentemente al centro del palco e spesso protagonista anche al microfono nei duetti con il pubblico tra un brano e l’altro. Corabi scorrazza da un lato all’altro dello stage e si permette pure una discesa nel pit dei fotografi, i due chitarristi sciorinano un riff dietro l’altro e Tichy comincia subito a dare spettacolo con le bacchette, grazie al suo caratteristico stile di farle rimbalzare con violenza sui tamburi per farle poi roteare nell’aria e tentare di riprenderle poi al volo (con poco successo per la verità tanto che i roadies continuano indefessi a correre sul palco per recuperarle: resta in ogni caso un impressionante dimostrazione di potenza, feeling e precisione). Nei quarantacinque minuti a loro disposizione i The Dead Daisies incantano con brani propri come il rovente rock n’ roll di “Mexico” e “Devil Out Of Time” (con Reed in evidenza alle tastiere), ma anche con la proposizione di due azzeccate cover come le famosissime “Hush” e “Helter Skelter”, che chiude il concerto tra i convinti applausi di approvazione del pubblico. Una band da rivedere al più presto.

THE DEAD DAISIES:
John Corabi – voce
David Lowy – chitarra ritmica
Richard Fortus – chitarra solista
Marco Mendoza – basso
Brian Tichy – batteria
Dizzy Reed – tastiere

SETLIST:
Midnight Moses (The Sensational Alex Harvey Band cover) – Evil – Mexico – Hush (Joe South cover) – Lock ‘n’ Load –  With You And I – Angel In Your Eyes – Devil Out Of Time – Helter Skelter (The Beatles cover)

Scaldatasi a dovere la temperatura, il Serpente Bianco è oramai pronto ad uscire dalla sua cesta di vimini per inoculare a tutti i presenti quel dolcissimo veleno chiamato Rock n’ Roll. “My Generation” dei saccheggiatissimi The Who prepara il terreno per l’entrata in scena della band che attacca immediatamente con l’immortale riff di “Burn”: David sembra essere davvero in forma rispetto alle esibizioni degli ultimi anni e la band che lo circonda suona con una compattezza ed un amalgama esemplare; gli assoli dei due chitarristi Reb Beach e Joel Hoekstra si susseguono veloci e precisi, ma quando David introduce Michele Luppi per il solo di tastiere un vero e proprio boato scuote le pareti dell’Alcatraz, sorprendendo lo stesso cantante. Moltissimi amici, colleghi e allievi di Michele sono qui soprattutto per lui ed è enorme per tutti l’emozione di vedere questo ragazzo semplice ma dal talento smisurato lì su quel palco, intento a riprodurre nota per nota gli intricati passaggi coniati dal maestro John Lord.

Non c’è un momento di tregua e si prosegue con “Bad Boys”, che ci riporta allo splendido omonimo album del 1987, e con l’immancabile dichiarazione di intenti di “Love Ain’t No Stranger”: tutto sembra essere perfetto, dalle luci ai suoni, dall’affiatamento della band sul palco alle studiate pose di Coverdale con l’asta del microfono che regalano sottili brividi di piacere al numeroso pubblico femminile. “The Gypsy” è emozione allo stato puro e in “Give Me All Your Love” nessuno può esimersi dal cantare a squarciagola il contagioso ritornello.

Prima della meravigliosa “You Keep On Moving”, che non avrei mai sognato di poter ascoltare almeno una volta dal vivo, David saluta il suo “soul brother” Glenn Hughes (compositore del brano), ricorda a tutti come con il recente “The Purple Album” (Frontiers 2015, qui la recensione) abbia voluto personalmente tributare la band che lo ha fatto conoscere nel mondo e dedica il brano agli scomparsi Tommy Bolin e John Lord.

Con la blues ballad “Ain’t No Love In The Heart Of The City”, che vede ancora la partecipazione di tutto il pubblico ai cori, si chiude la prima parte dello show e, mentre David va a riprendere fiato dietro le quinte, veniamo deliziati dagli assoli ricchi sia di tecnica che di feeling prima di Reb Beach (che dopo la dipartita di Doug Aldrich gode finalmente di un meritato maggior spazio anche in chiave solista) e poi del sempre sorridente Joel Hoekstra (un vero piacere vederlo suonare in maniera così impeccabile).

L’omaggio ai Deep Purple prosegue poi con una bella versione del classico “Mistreated” e con una “You Fool No One” introdotta dall’armonica dell’ottimo bassista Michael Devin (del quale non si può non citare anche l’enorme apporto dato a livello di cori) ed in cui più di qualcuno tra il pubblico rimpiange l’assenza del magico drumming di Ian Paice capace di donare al pezzo quel groove che un batterista con lo stile “pestone” di Tommy Aldridge non è certo in grado di riprodurre. Lo stagionato batterista dai capelli a cespuglio si esibisce poi nel suo caratteristico assolo che conclude come sempre pestando i tamburi direttamente col palmo delle mani, scatenando l’entusiasmo dei più.

Coverdale, che questa sera sembra essere davvero di ottimo umore, disponibile a scherzare con gli altri musicisti e col pubblico, nonché a flirtare con alcune belle ragazze presenti nelle prime file, introduce a questo punto i musicisti che lo accompagnano sul palco e quando chiama a sé Michele Luppi (già ripetutamente acclamato dal pubblico nel corso del concerto) rimane ancora una volta sbalordito dalla reazione entusiasta della gente, tanto da esclamare “Hey Michele, sembra che hai davvero una grande famiglia qui! Questa sera siamo gli Whitesnake di Michele Luppi!” mentre il tricolore viene lasciato sul palco.

Una toccante versione di “Soldier Of Fortune”, per la prima volta eseguita nel nostro paese e con la voce di David capace di regalare emozioni intensissime, apre la strada al gran finale con l’entusiasmo che arriva alle stelle di fronte ai mega classici della band “Is This Love”, “Fool For Your Loving” e “Here I Go Again”, eseguiti in maniera impeccabile e per i quali non esistono oramai più aggettivi adatti a descriverne la grandezza.

La band lascia il palco ma viene immediatamente richiamata per il bis che non può che essere costituito dall’eterna “Still Of The Night”, al termine della quale David saluta con la caratteristica frase “Be safe, be happy and don’t let anybody make you afraid!” mentre la band si trattiene sul palco a stringere mani e a filmare il pubblico coi cellulari, mostrando tutta l’evidente soddisfazione per quello che a conti fatti rappresenta senz’altro uno dei più bei concerti dell’anno.

Long live the King, long live David Coverdale, long live rock ‘n’ roll!

 

WHITESNAKE:
David Coverdale – voce
Reb Beach – chitarra, cori
Joel Hoekstra – chitarra, chitarra acustica
Michael Devin – basso, armonica, cori
Tommy Aldridge – batteria
Michele Luppi – tastiere, cori

SETLIST:
Burn (Deep Purple cover) – Bad Boys – Love Ain’t No Stranger – The Gypsy (Deep Purple cover) –  Give Me All Your Love – You Keep On Moving (Deep Purple cover) – Ain’t No Love In The Heart Of The City (Bobby Blue Bland cover) –   Mistreated (Deep Purple cover) – You Fool No One (Deep Purple cover) – Soldier Of Fortune (Deep Purple cover) – Is This Love –  Fool For Your Loving – Here I Go Again – Still Of The Night

 

 

 

 

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