Mark Lanegan Band – Somebody’s Knocking

Heavenly - 2019

54 anni e non sentirli proprio! Questa potrebbe essere la recensione in sole 6 parole 6 del nuovo lavoro della Mark Lanegan Band, capitanata da un’icona del rock e da una carriera ormai quasi trentennale, vale a dire Mr Mark Lanegan.

Tutti o quasi sanno riconoscere dopo pochi secondi la sua tipica voce rauca e gutturale, che ha abbellito e caratterizzato i vari lavori degli “Screaming Trees”, “Queens of the Stone Age” (in qualità di ospite in varie canzoni), “Gutter Twins” (progetto con Greg Dulli) e i suoi vari lavori solisti o con la “Mark Lanegan Band”.

Questo lavoro, arriva a distanza di due anni da “Gargoyle” e potrà essere apprezzato anche in chiave live a brevissimo, visto che Mercoledì 27 Novembre, la Mark Lanegan Band suonerà al Fabrique di Milano.

Quattordici brani che flirtano sia con l’elettronica anni 80 con chiari riferimenti ai New Order e ai Frankie Goes to Hollywood, sia con lo stoner dei Kyuss e sonorità grunge dei suoi storici “Screaming Trees“. Il lavoro è stato registrato in 11 giorni a Los Angeles:

«è un disco composto da qualcuno profondamente ossessionato dal modo in cui la musica – con tutto il suo potere di guarigione primordiale e spirituale – riesca a penetrare l’anima. C’è gioia in questi brani, come se fossero stati creati da una serie perfetta di ispirazioni prese dal negozio di dischi di Dio. […] Somebody’s Knocking racconta le proprie storie e tesse le sue meraviglie, evocando febbrili visioni allucinogene che lascia penetrare fino alle nostre radici più profonde e oscure»

come anticipa il comunicato stampa a riguardo di questo album della “Mark Lanegan Band“, ormai attiva da 16 anni. Nel comunicato stampa per la presentazione dell’album viene anche detto questo:

“È un album composto da qualcuno profondamente ossessionato da come la musica riesca veramente a penetrare nell’anima con tutti i suoi poteri spirituali e curativi. Di conseguenza, la musica è gioiosa, come se fosse stata creata da una vasta gamma di ispirazioni prese dal negozio di dischi di Dio. Alcune influenze sono trasversali, altre dirette e rispettose. In un certo senso, questo mostrare le proprie ispirazioni serve a cambiare la percezione che abbiamo del Lanegan artista: quest’album non è la storia di un veterano meditabondo del rock’n’roll, bensì il racconto di qualcuno consumato dall’eterno amore per le parole e i suoni fusi assieme. Come i migliori lavori di Lanegan, l’album racconta le sue storie, tesse le meraviglie evocando febbrili visioni allucinogene accompagnate da un rock ruvido e da un elettronica brillante e luminosa, per poi penetrare nelle nostre radici più profonde e più oscure“.

Il disco si apre con la grintosissima e allo stesso tempo malinconica “Disbelief suspension“, pezzo che non accellera mai il tempo ma che ti percuote come farebbe il più esperto pugile. La seguente “Letter never sent” è un pezzo facilmente assimilabile e con un riff di chitarra davvero ben strutturato che fa da contraltare alla caratteristica voce di Mark, che ti prende per mano e ti culla per tutto il brano.

L’elettronica e i sintetizzatori cominciano a venire fuori pesantemente con “Night flight to Kabul“, pezzo che strizza decisamente l’occhiolino alle sonorità tipiche dei New Order (alcuni tratti ricorda proprio il megahit “True Faith”) o degli ormai consolidatissimi Editors.

E’ una nuova fase per Mark che vuole tentare di rendersi più accessibile anche ad altri potenziali ascoltatori ma rispettando la sua integrità musicale. L’ipnotica “Dark disco jag” è un altro piccolo gioiellino, con vari intermezzi di synth che ricordano da vicino i Depeche Mode ma riletti in una personale ed unica ricetta vincente da Mark e dalla sua band. Se invece siete un attimino preoccupati nel leggere tutte queste sperimentazioni elettroniche, non preoccupatevi, perché il primo singolo “Stitch it up” è davvero tipicamente Mark Lanegan. Chitarre distorte, melodia e una voce che ti stende e sorprende sempre. Alla fine è ormai diversi anni che Mark flirta con l’elettronica, ma in questo lavoro riesce davvero a fare centro .

Penthouse high” è il classico pezzo un po’ruffiano, che strizza l’occhio agli U2 ma che canticchi tutto il tempo. La perla del disco arriva alla fine con una ballad da pelle d’oca. Tale gioiello risponde al nome di “Two bells ringing at once“.

Un disco estremamente spirituale, con Lanegan che si mette completamente in gioco e ci regala anche testi mai banali. C’è ancora voglia e c’è ancora spazio per artisti quali Mark Lanegan e la sua Band, in tempi sostanzialmente assai tristi per la qualità nel mondo musicale.

Recensione di Mauro Brebbia

Tracklist:

1. Disbelief Suspension
2. Letter Never Sent
3. Night Flight To Kabul
4. Dark Disco Jag
5. Gazing From The Shore
6. Stitch It Up
7. Playing Nero
8. Penthouse High
9. Paper hat
10. Name and Number
11. War Horse
12. Radio Silence
13. She Loved You
14. Two Bells Ringing At Once

 

Band e crediti:

Mark Lanegan – voce.
Alain Johannes – basso, drum machine, chitarra, sintetizzatori,percussioni, sassofono,cori,percussioni.
Rob Marshall – basso , drum programming, chitarra, piano, sintetizzatore.
Sietse von Gorkom – basso, drum programming, chitarra, mellotron, organo, percussioni, effetti sonori, sintetizzatore.
Martin Jenkins – drum programming, sintetizzatore
Martyn LeNoble – basso.
Greg Dulli – chitarra, cori.
Freek Cerutti – basso.
Tom Nieuwenhuijs – batteria.
Shelley Green – cori.

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