Heavenly Recordings – 2020

A distanza di un solo anno da “Somebody’s knocking“, lavoro a dir poco intenso e spettacolare, torna sul mercato discografico un’icona del rock e dalla voce inconfondibile: Mr. Mark Lanegan. Quindici sono i pezzi contenuti in questa sua ultima fatica “Straight Songs of Sorrow“.

L’inizio è affidato alla spettrale “I wouldn’t want to say“, con un organo che sembra provenire dalle più leggendarie puntate della Famiglia Addams e dominata da un basso pulsante, vera colonna portante del brano. Mark canta in sottofondo questa splendida litania che sembra quasi essere un esperimento con un loop che ti entra in testa e non ti molla più.

Questo lavoro è davvero molto introspettivo e personale e narra in maniera allo stesso tempo sofferto e consapevole, gli errori, le ricadute, i trionfi, i successi della sua vita. Recentemente Mark è stato protagonista di una rovente polemica con Liam Gallagher, ex leader degli Oasis, che lo ha definito “un tossico nervoso”e ha ricevuto la risposta secca e precisa dell’ex leader degli Screaming Trees che ha definito la star di Manchester, descrivendola come “come un cocainomane”. Tutto nasce dalla mancata rissa tra i due nel 1996, quando “The Screaming Trees” aprirono un tour americano degli “Oasis”.

Mark, nella sua recente autobiografia “Sing backwards and weep” afferma:

 “Da dove vengo io, quelli come Liam Gallagher non durano una settimana. A un certo punto semplicemente spariscono, li ritrovano anni dopo fatti a pezzi in qualche fossa nel bosco”.

Tale bosco sembra materializzarsi pesantemente in “This game of love“, pezzo davvero lieve e rilassante(ma ovviamente senza far dormire – a scanso di equivoci). Il pezzo è stato scritto insieme alla moglie Shelley Brien, ed è indubbiamente un piccolo gioiello.

L’autobiografia di Mark è alla fine lo spunto che ha permesso di realizzare questo album.
Seattle, negli anni Novanta, non era certo un ambiente salutare e Mark (tocca dirlo con dolore) è uno tra i pochi frontman ancora in vita, se pensiamo a Layne Staley, Kurt Cobain, Chris Cornell ed Andrew Wood.

Pezzi come “Ketamine” e “Churchbell, ghosts” sono molto energici ed introspettivi allo stesso tempo.
La seconda vede anche la partecipazione di Ed Harcourt al piano e Jack Bates al violino( figlio d’arte ed erede di Peter Hook, bassista dei subliminali Joy Division).

Le atmosfere spettrali del lavoro continuano anche in “Internal hourglass discussion“, anche questa elaborata e suonata usando sequenze elettroniche stabilite. Un omaggio inconsapevole a Jim Morrison e alle sue “Preghiere americane”.

“Passare dalla morte al risveglio / Dove sono stato e cosa ho fatto” 

Questo è il motto del lavoro, sicuramente non facile ed immediato e sicuramente assai diverso da “Somebody’s knocking”.

Struggente e carica di nicotina , “Stockholm city blues” ci porta in un’altra dimensione in cui sia le parti di chitarra acustica e degli archi sanno colpirti in maniera perfetta ogni centimetro di pelle e d’anima.

Il punto saliente (e anche più lungo per minutaggio) è rappresentato da “Skeleton Key“, un pezzo decisamente nel suo inconfondibile stile. Struggente, blueseggiante, cadenzato, riflessivo, decadenza e conseguente risalita. Violini, chitarre distorte, batteria piazzate e suonate in maniera convincente, innalzano il livello del pezzo.

Mark è riuscito anche a coinvolgere altri grossi nomi in questo lavoro. Il leggendario bassista dei Led Zeppelin, John Paul Jones suona il mellotron in “Daylight in the Nocturnal House“, che definirei cinematografica nel suo incedere.

Altre grosse presenze nel disco sono rappresentate dal chitarrista dei Lamb of God Mark Morton (band decisamente agli antipodi del genere musicale proposto da Lanegan), “Apples from a tree“, pezzo in cui arpeggia in modo classicheggiante e quasi alla Paco De Lucia,la sua chitarra. Un pezzo che suona come Cat Stevens e Donovan, immersi in una botte di LSD, per definire l’atmosfera hippie del brano.

Da segnalare anche la presenza del compagno di mille avventure, Greg Dulli ( ex leader degli “The Afghan Wings“). “The Gutter Twins” si sono ritrovati in questa epica canzone, impreziosita dal violino di Warren Ellis, autentico folletto scatenato con le sue ritmiche quasi diaboliche( come dovrebbero esserle quelle provenienti da un violino).

La vita di Mark sembra essere stata sceneggiata dalla penna maledetta di Charles Bukowski e il lavoro si chiude con le spettrali atmosfere di “Eden lost and found“, dominato da tastiere che sembrano provenire da una sagrestia infestata da fantasmi.

Un lavoro sicuramente non di facile assimilazione, ma che una volta ascoltato con lo spirito giusto saprà regalarti la più autentica “pelle d’oca”. Molto diverso da “Somebody’s knocking” , e che sicuramente potrà attrarre anche i fans di Nick Cave e altri artisti che non fanno mai compromessi con nessuno.

Recensione di Mauro Brebbia

Tracklist
1. I Wouldn’t Want To Say
2. Apples From A Tree
3. This Game Of Love
4. Ketamine
5. Bleed All Over
6. Churchbells, Ghosts
7. Internal Hourglass Discussion
8. Stockholm City Blues
9. Skeleton Key
10. Daylight In The Nocturnal House
11. Ballad of the Dying Rover
12. Hanging On (For DRC)
14. At Zero Below
15. Eden Lost And Found

Musicisti

Mark Lanegan – vocals (all tracks); Moog DFAM drum synth, Moog Sirin bass synth, Moog Sub Phatty, Organelle synth (track 1); ARP Omni 2 synth, Yamaha SK10 synth, Roland TR-909 drum machine (track 3); Roland Juno synth, Roland TR-909 drum machine (track 4); Oberheim DMX drum machine (track 5); Organelle synth (track 6); Organelle synth, BOSS DR Rhythm 550 (track 7); bass (track 9); electric guitar; Roland Juno synth (track 12)

Alain Johannes – Yamaha SK10 synth, Shakers (track 1); electric guitar (track 2); vocals, frame drum, drum programming (track 3); bass, acoustic guitar, Minimoog synth, drum programming (track 5); Casio synth (track 7); resonator guitar, hang drum, harmonium, flutes (track 8); bass, percussion, cigfiddle, acoustic guitar, Mellotron strings, Novation Bass Station, Casio beatbox, DrumBrute (track 9); mandolin (track 10); electric guitar, Buchla Music Easel (track 11); LinnDrum drum machine (track 14)

Shelley Brien – vocals (track 3); Yamaha SK10, Moog Sub Phatty, Roland 909 drum machine (track 13); Casiotone 701 (track 15)

Ed Harcourt – piano (tracks 4, 6, 11, 14, and 15), Wurlitzer Electric Piano (tracks 4, 6, 11, and 14)
Jack Bates – bass (tracks 4, 6, and 11)
Jack Irons – drums (tracks 1 and 11), percussion (track 11)
Mark Morton – acoustic guitar (tracks 2 and 12)
Sietse Van Gorkom – strings (tracks 8 and 15)
Adrian Utley – acoustic and electric guitar, Minimoog, Korg 3200 synth (track 10)
Michael Parnin – Gibson Maestro King drum machine (track 5), Eli 7030 drum machine (track 15)
Dylan Carlson – electric guitar (track 1)
Wesley Eisold – vocals (track 4)
John Paul Jones – Mellotron (track 11)
Greg Dulli – vocals (track 14)
Warren Ellis – fiddle (track 14)

Mauro Brebbia
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