Pearl Jam – Back Spacer

 

Universal – Settembre 2009

Quando una band come i Pearl Jam ritorna sulle scene con un nuovo album, è quantomeno naturale che l’evento catturi l’attenzione dei media musicali di tutto il mondo. Volenti o nolenti sono stati una delle band più rappresentative della nuova ondata rock che ebbe luogo nei primi anni ’90, insieme a Nirvana, Soundgarden ed Alice in Chains, con tre album (Ten, Vs., e Vitalogy) che definire meravigliosi è dire poco. Negli anni a seguire la loro carriera è stata costellata di alti (No code, Yeld) e bassi (Binaural), ma almeno sul versante live sono riusciti a costruirsi una reputazione che ben pochi altri loro colleghi possono vantare, con degli show semplicemente impeccabili sotto ogni aspetto.

Con questo curriculum d’acciaio, i nostri presentano il nuovo “Backspacer”, il cui titolo è un tributo alla barra spaziatrice delle vecchie macchine da scrivere; un modo come un altro per dire che a loro piace ancora lavorare alla vecchia maniera. Effettivamente, siamo di fronte ad un album di musica rock senza troppi fronzoli, vista anche la produzione “secca” del redivivo Brendan O’Brien. Ascoltando l’opener “Gonna See My Friend”, l’aspettativa è di trovarsi di fronte a roba davvero tosta, considerando l’attacco alla Sex Pistols per un brano dalle forti tinte punk. La successiva “Got Some” ci riporta alle atmosfere “alternative” di VS, mentre “The Fixer”, primo singolo dell’album, è semplicemente orrenda. E qui partono le note dolenti, perché se escludiamo “Just Breathe” (apparsa in versione strumentale sulla colonna sonora del film “Into the wild”) e la conclusiva “The End”, ovvero due ballads acustiche, tutto il resto è materiale fortemente trascurabile. Il che ci restituisce una band che, sul piano compositivo, appare fortemente scarica e demotivata. “Backspacer” è un album dal doppio volto: musicalmente rock al 100%, ma frivolo e privo di consistenza sul piano dei testi, eccessivamente ottimisti; una grossa pecca per un gruppo che ha sempre fatto della militanza e dell’impegno civile la propria bandiera. Del resto, Eddie Vedder l’aveva già accennato: la salita di Barack Obama alla presidenza degli U.S.A. aveva portato una ventata di ottimismo all’interno della band. Lungi da me trasformare questa recensione in un comizio politico, posso solo dire che, se i risultati sono questi, forse i Pearl Jam saranno gli unici americani che risentiranno fortemente della mancanza di Bush, dato che “Riot Act” e l’omonimo album del 2006 (scritti entrambi nel pieno dell’amministrazione Bush) erano degli album qualitativamente più che validi.

A “Backspacer” possiamo, sì e no, dare una sufficienza più per la carriera del gruppo che per il valore intrinseco dell’album. Ma Vedder & soci non si disperino più di tanto: se passeranno dall’Italia per il prossimo tour, sarò in prima fila anch’io. Sono di quelli cresciuti a pane e “Ten” e gli voglio troppo bene per mollarli solo per un disco non molto convinvente!

www.pearljam.com

 

Tracklist:
1. Gonna See My Friend
2. Got Some
3. The Fixer
4. Johnny Guitar
5. Just Breathe
6. Amongst The Wave
7. Unthought Known
8. Supersonic
9. Speed Of Sound
10. Force Of Nature
11. The End

Band:
Eddy Vedder – voce, chitarra
Jeff Ament – basso
Stone Gossard – chitarra
Mike McCready – chitarra
Matt Cameron – batteria

 

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