Roadrunner Records – Settembre 2011

Dopo lunga e comprensibile attesa vede finalmente la luce “Unto The Locust”, settimo album in studio dei Machine Head. La lunga attesa di cui sopra è dovuta a vari motivi, primo fra tutti ovviamente la grande aspettativa nei confronti di ogni nuova opera della band americana che dopo l’incredibile album di debutto attira costantemente l’attenzione dell’ambiente thrash perché quel potenziale enorme non poteva aver preso vita senza che gli autori avessero del talento reale. Già con “The Blackening” il mio atteggiamento pretenzioso nei loro confronti aveva avuto pane per i suoi denti: nonostante giudichi ancora oggi” Burn My Eyes” il loro migliore lavoro, il disco uscito nel 2007 mi aveva fatto ricredere sulle capacità creative e costruttive dei Machine Head, anche in un disco dove le vette del debut-album non venivano comunque toccate.

Tengo a sottolineare che personalmente ho apprezzato nel tempo anche alcune delle scelte stilistiche e compositive operate dal gruppo in quella che viene definita come “era nu-metal” (ovvero ero critico ma non fondamentalista)… si era però innescata quella pericolosa e ben nota spirale in cui ogni tentativo e ogni direzione intrapresa sembravano rispondere ostinatamente ad accuse e richieste dei fan e dell’ambiente, finendo per spogliare la musica di Flynn e soci di quelle caratteristiche che erano apparse più preziose ovvero la tecnica estrema, l’inesauribile inventiva nel songwriting ed il coraggio strutturale senza pudori. Evidentemente liberati da queste ossessioni e sollevati nell’animo per i riscontri ottimi e meritati da “The Blackening”, i Machine Head hanno atteso quattro anni per pubblicare “Unto The Locust”, tempo che hanno evidentemente impiegato per rispondere alle loro proprie esigenze espressive proseguendo nel solco tracciato dal precedente disco.

Ed i sette brani “dati alle stampe” non lasciano a bocca asciutta,anzi: questo nuovo lavoro risulta interessante e stimolante, labirintico e violento in numerosi passaggi quanto fantasioso e coraggioso in non poche scelte in quello che è lo sviluppo logico (o illogico) di tutte le canzoni che, nelle menti dei musicisti in questione, della forma canzone conservano davvero poco. Non aspetto dunque la conclusione di questa mia chiave di lettura di questo album per dirvi che è davvero un bel disco che se catturerà la vostra attenzione vi sfiderà fino all’ennesimo ascolto per penetrarne le logiche. Non posso però evitare di aggiungere anche l’aggettivo “incompiuto” nella mia disanima, aggettivo che mi sento di giustificare proprio in seguito ad alcune delle scelte espressive e strutturali operate dalla band che in alcuni momenti sembrano abbandonare ottime idee troppo in fretta mentre in altri danno l’impressione di girare attorno a frasi musicali sulle quali invece sarebbe stato meglio insistere di meno. Ma nel computo totale sono dettagli quasi trascurabili di fronte ad un album a tratti sontuoso, capace anche di coinvolgere emotivamente , aspetto che mi ha saputo colpire e sorprendere (che ci sia una parvenza di maturazione personale dei componenti della band credo appaia chiaro ad un ascolto più attento).

Partendo dall’incedere quasi religioso dell’opener “I Am Hell” e concludendosi nell’inquietante atmosfera generata da un canto di bambini in “Who We Are” l’album prende vita e trova numerosi e travolgenti modi per svilupparsi attraverso dialoghi tra le chitarre , ‘killer-solos’, granitici muri di suono ed un cantato sempre coinvolgente. Trovano spazio anche parti dalle ritmiche e dalle sonorità più gentili che sbocciano sorprendentemente ma mai a sproposito, catturando dunque l’ascoltatore con idee inaspettate ma dai profumi e dai colori irresistibili. Interessantissimo inoltre il contributo offerto dalla parte ritmica: Duce e McClain sanno essere puntuali e pungenti contribuendo all’impressione di un suono maturo e di indubbio peso e spessore, capace di dare poderose accelerazioni o di far assumere ai brani un incedere inesorabile e massiccio con la stessa naturalezza. C’è molto più ordine in “Unto The Locust” di quanto possa apparire dopo un primo fugace ascolto: ogni nuovo ascolto stimola la mia voglia di sviscerare questo ordine per apprezzarlo ancora di più e sono convinto che in molti avranno questa impressione nell’imparare ad amarlo. L’idea era di non farmi condizionare dalla ricerca di un passato lontano e non so se perché guidato da questa imposizione ma mi accorgo anche mentre scrivo di quanto questo nuovo full-lenght sia interessante e stimolante sotto ogni aspetto, imponendo quest’opera dei Machine Head come uno dei migliori album dell’area metal pubblicati in tutto il 2011.

Mi auguro inoltre che anche i puristi vogliano concedere qualche ascolto in più a questo disco, abbandonando paragoni ormai anacronistici per apprezzarne la sincera potenza espressiva!

www.machinehead1.com

Traklist:
1. I Am Hell (Sonata in C#)
2. Be Still And Know
3. Locust
4. This Is The End
5. Darkness Within
6. Pearls Before The Swine
7. Who We Are

Ban:
Robb Flynn – chitarra, voce
Phil Demmel – chitarra
Adam Duce – basso
Dave McClain – batteria

Redazione
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