di Massimo Lorito

Scomparire, rendersi invisibile ai media, irreperibile ai giornalisti agli implacabili occhi dell’informazione onnivora, alle casse di risonanze del mondo dello spettacolo, può essere una delle operazioni più gravose e di maggiore costo, umano ed economico, per chi fa dell’apparire un tassello importante del proprio mestiere. E’ una sottrazione di vanità ed egocentrismo che raramente si può richiedere a chi vive sotto i riflettori e che ancora più sporadicamente accade. Qui da noi abbiamo avuto qualche illustre esempio e pochi altri menzionabili in giro per i quattro angoli del globo da quando la società di massa e dello spettacolo è cresciuta come un albero prepotente, apparentemente incontrastato e dominante, oscurando possibili alternative nell’intricata foresta sociale.

Scomparire si sa, a volte è come morire, non essere più.

Qualche anno fa, ricorreva il primo anniversario delle stragi terroristiche di Londra, in angolo verde e discreto, periferia indefinita della megalopoli inglese, è morto Roger Keith Barrett. Syd, si era autonominato nei sessanta, deceduto in seguito a complicazioni causate da una forma di diabete estremamente aggressiva con cui conviveva ormai da molto tempo. Aveva sessanta anni. Questo lo scarno comunicato con il quale un portavoce non si sa bene di chi o cosa, ha rilasciato ai media affamati. E così per qualche ora gli assolati pomeriggi di luglio sono stati farciti da cascate di informazioni, articoli, speciali cronistoria aneddoti e coccodrilli e proclamazioni ed encomi di un uomo che gli ultimi trentacinque anni della sua vita li aveva trascorsi facendo semplicemente niente.

Lontano, appartato, dimenticato, malato, drogato, allucinato, folle. Recuperato come un cimelio o come padre fondatore di movimenti musicali e mode replicanti solo per il tornaconto di major discografiche. Menzionato quasi sempre come l’ispiratore di quello che è ritenuto il capolavoro della band che aveva formato e da cui si era quasi subito separato: “The Dark Side of the Moon”, primo monumentale capitolo dell’alienazione del vivere moderno a cui i Pink Floyd fecero seguire il secondo tassello “Wish You Were Here”, in cui aleggia, sin dentro i cantucci più remoti, uno spettro dalle sembianze di ragazzo sbilenco e silenzioso con due occhi argutamente distratti. Evidentemente l’assenza del compagno Syd pesava come un macigno nei rapporti interni dei Floyds, tanto da fare passare il testo dell’omonima “Wish You Were Here” come una lirica a lui dedicata. Un atto d’amore verso chi non c’è più, è stato vicinissimo e ora si trova disperso negli inestricabili percorsi del ricordo. Un gesto di riconoscenza, un sintomo di coscienza sporca direbbero i più schietti tra i freudiani, un atto di voluta rimozione e messa in pace degli animi di tutti quelli che lo conoscevano e che, forse, smisero di capirlo troppo presto, di amarlo. Ma come si fa a capire il genio. Genio folle, questa l’etichetta a lui appiccicata dal suddetto sistema stritolatore, più o meno dai primi settanta, con buona pace di tutti. Si narra, ecco anch’io adesso scado negli aneddoti e nel mito rassicurante, che con fare sornione e delicatamente svagato, Syd materializzato negli studios dove la band registrava quelle partiture, si sia lasciato sfuggire verso gli ex compagni un ‘Non vi sembra un po’ sorpassato’ riferendosi al sound di “Wish You Were Here”. Ma come, vecchio? Andato! Noi cui ancora i cuori fremono alle note liquide del diamante pazzo che deve continuare a brillare, noi che versiamo lacrime ai versi struggenti della title track e perseveriamo nel dedicarla ai nostri amori perduti e ritrovati. Ma come, il personaggio intorno a cui ruota la possibilità stessa di questi due dischi viene a dire che quei suoni sono passati. Le nostre piccole vite non possono che essere destabilizzate. Era imprevedibile, Syd. I geni lo sono? Cosi dicono.

Pink Floyd 1967

Ma come si fa a capire il genio? Syd ragazzo oltre ogni limite di spazio e tempo fuori da ogni contenitore dentro il quale sediamo le fragilità.

E ci aveva azzeccato, Syd. “Wish You Were Here”e suona effettivamente un po vecchio, retrò, nel senso di un sound fuori dal rock e dal progressive e dal blues che si faceva allora, suona come un orchestrina dei primi del secolo che si diletta su un palco di una giostra, in mezzo, però, a razzi che schizzano per gli spazi siderali. Di questa contraddizione si nutrono quei suoni. Dalla contraddizione a volte sgorga il genio? Così dicono. Ma come si può seguire il genio se anche le parole a volte non riescono a stargli dietro, si staccano come corridori in crisi sulle salite dei grandi giri. Non ci resta che inseguire

Si dice che i primi, i migliori corrono più veloci di tutti gli altri, anzi corrono anche per gli altri e lo fanno a loro totale rischio, con una parola pericolosa, lo fanno gratis, incondizionatamente, senza vincoli e guadagni, free direbbero i figli della terra d’Albione. E Syd è andato realmente avanti con le sue canzoni, talmente lontano che i primi a non riuscire più a scorgerlo sono stati i suoi stessi compagni d’avventura. Impossibile stargli dietro, come i gregari che sudano e lottano per restare sulle due ruote sui pendii impossibili. Impossibile capirlo quando dal vivo smetteva di cantare e suonava lo stesso suono per minuti interminabili; stupefacente in canzoni come Opel in cui ad una delle sue melodie ancestrali fa seguire un lungo intermezzo di chitarra con un accordo suonato con cadenza ipnotica, fuori dai canoni non solo del mercato ma anche di ogni ragionevole aspettativa, per poi ricominciare a cantare un lamento dolente e tribale. Impossibile stargli dietro nell’abuso di acidi e ‘liquidi visionari’. Impossibile capirlo rannicchiato tra le sue parole già separate dai cosiddetti contenuti reali. A vent’anni un pezzo folgorante come Arnold Layne, che più o meno narra di un travestito che rubava i vestiti alla sorella, non lo scrivono in molti. E poi “Octopus”, “Long Gone”, “No Good Trying”, “Baby Lemonade”, “Lucifer Sam”, “Astronomy Domine”, “Dominoes” con uno struggente refrain, recentemente reinterpretata da David Gilmour. La sua “Love Song” un inno all’amore alla sua maniera, sgangherato e ingenuo, si direbbe puro, con una voce a tratti riconducibile a quella di un bambino. Gli elenchi in questi casi sono lunghi e alla fine tediosi. Encomiastici. Non c’è un pezzo da lui composto che non sia sopra e oltre la media. Troppo veloce ha corso la sua creatività o forse a volte mi viene il dubbio che semplicemente Syd Barrett sia uno di quelli, pochi o molti non so, catapultati sulla terra casualmente da chissà dove, in definitiva incomprensibile, solo degno d’amore ed emozione. Inspiegabile la fonte dalla quale deriva la sua ispirazione. Sonorità come le sue apparentemente semplici, quasi naif, sono in realtà assolutamente impraticabili da tutti gli altri, semplicemente non si riesce neppure a riprodurle. Penso ad un pezzo come “Wouldn’t You Miss Me”, struggente ballata in cui gli accordi della chitarra e la voce sembrano percorrere due strade differenti, a volte l’una precede l’altra e viceversa, non sono in sincrono, viaggiano su binari paralleli, più o meno velocemente e la melodia disegna un quieto antico tormento. Impossibile farne una cover. Se ci penso, questa idiosincrasia è rintracciabile nell’arte di Barrett, una sconnessione, un’impossibilità di riconnettere i fili. Ricomporre e rassicurare sono per tutti gli altri. Lo slittamento dalla realtà e del sì‚ è però a volte letale, insostenibile. Ai geni capita di scivolare dalla realtà? Così dicono.

Fuori da ogni cronaca, Syd Barrett non merita le pagine della cronaca che di tutto o quasi parla ma che tutto fa cadere nell?oblio. Fuori da ogni celebrazione che servirà esclusivamente agli introiti di major e agenzie di comunicazione. Mi piace pensare con un salto dell’immaginazione, con un tentativo maldestro di attingere a quella fantasia stralunata che fa capolino sobriamente dalle sue composizioni, come il suo allontanamento dalla band dopo averne indicato l’orizzonte, non sia stato causato da irrisolvibili problemi di salute e lucidità incompatibili con il sistema del business, o più semplicemente con ritmi di vita ‘normali’, ma che lui abbia scelto di allontanarsi, essere sostituito dall’amico di gioventù Gilmour che lui stesso aveva introdotto agli altri tre floyds, e salutare con uno dei suoi timidi e imperscrutabili sorrisi. Indicare la strada e aspettare un giorno di essere raggiunto.

David Gilmour ha detto dopo la sua morte che lui, e gli altri tre componenti dei Pink Floyd, Syd lo avevano perso, con dolore, tanti anni fa oramai.

Scomparire è come morire, l’invisibilità è anche non essere.

E’ vero esiste qualche foto recente di Syd, qualche rara intervista che negli anni ha contribuito ad alimentare il mito, ma per quanti lo amano Syd Barrett rimarrà per sempre ragazzo, con una Fender in mano mentre canta le sue bellissime canzoni, con i capelli arruffati e una luce negli occhi, distante, che guarda incantato dove noi, da soli, non saremmo mai potuti arrivare.

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