EMMA MARRONE lancia il suo tour 2026 indossando una maglietta dei WATAIN. Un gesto che, più che musicale, è culturale: l’ennesimo segnale di come l’immaginario heavy metal sia diventato da tempo un serbatoio estetico a cui popstar, influencer e brand attingono con disinvoltura. Non è una novità e non è nemmeno uno scandalo, ma resta un passaggio interessante nel rapporto ormai strutturato tra moda mainstream e simbologia estrema.

Negli ultimi quindici anni, il metal è passato dall’essere una sottocultura riconoscibile soprattutto per jeans strappati e giacche consumate a un archivio grafico globale. Loghi illeggibili, croci rovesciate, teschi e font gotici sono finiti ovunque, dalle passerelle di alta moda ai guardaroba delle popstar. KANYE WEST, già nel 2013, aveva aperto la strada con il “Yeezus Tour”, affidando a WES LANG grafiche fortemente ispirate al merchandising metal di fine anni Ottanta fino a sfoggiare negli ultimi eccessi magliette e grafiche rifacenti ad un innominabile conte. Da lì in poi, l’estetica si è normalizzata: JUSTIN BIEBER, PUSHA T, VETEMENTS e una lunga lista di artisti e brand hanno contribuito a rendere quel linguaggio visivo familiare anche a chi con il metal non ha mai avuto molto a che fare.

Un capitolo a parte lo meritano i CRADLE OF FILTH, il cui logo è diventato un vero oggetto del desiderio fashion. La collaborazione con BALENCIAGA ha fatto discutere, dividendo come sempre tra chi parla di legittima contaminazione e chi di appropriazione piuttosto spregiudicata. La band inglese, va detto, non ha mai nascosto una certa ironia sul tema, accettando il gioco e portando il proprio marchio dentro un contesto radicalmente diverso, senza troppe illusioni di purezza.

 

 
 
 
 
 
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Non tutti, però, osservano il fenomeno con distacco. GARY HOLT, chitarrista degli SLAYER e degli EXODUS, negli anni ha espresso più volte il suo fastidio verso l’uso superficiale dell’estetica metal da parte di celebrità e personaggi estranei alla scena. Le sue prese di posizione contro il “metal come costume” – tra magliette, plettri provocatori e dichiarazioni al vetriolo – riflettono una frattura ancora aperta: da un lato chi vede in queste contaminazioni una forma di visibilità indiretta, dall’altro chi le considera una svendita simbolica.

 

 
 
 
 
 
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Eppure il punto non è stabilire chi “può” indossare cosa. Il metal, piaccia o no, è diventato un linguaggio visivo potentissimo, riconoscibile anche fuori dal suo contesto musicale. La moda, per sua natura, saccheggia, ricontestualizza e semplifica. In questo processo si perde spesso il significato originario, ma si guadagna diffusione. Che una maglietta dei WATAIN finisca addosso a EMMA MARRONE dice probabilmente più della forza iconografica del metal che di una reale contaminazione sonora.

 

 
 
 
 
 
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Alla fine, il paradosso resta intatto: una musica che per decenni ha rivendicato marginalità e rifiuto del mainstream è diventata una delle sue fonti visive preferite. I metallari continuano a riconoscersi tra loro senza bisogno di spiegazioni, mentre il resto del mondo indossa quei simboli come pattern. Il metal, nel frattempo, osserva, prende nota e va avanti. Senza cambiare maglietta.

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