A distanza di tre anni, dal precedente lavoro “Let’s play two“, tornano sul mercato discografico i Pearl Jam. Tre cose vanno subito dette per questo lavoro: è un lavoro che ha una durata in termini di minuti, davvero elevata (circa un’ora). Inoltre è stato prodotto da Josh Evans, al posto del leggendario e storico produttore Brendon O’ Brien. Ultima cosa (e direi fortunatamente) è un disco che ha debuttato direttamente al numero 1 della classifica generale dei dischi più venduti in Italia. Una classifica dominata da trappers o simili, dalle gesta a me sconosciute.

Cosa devo dire di questo lavoro? Sicuramente non è un capolavoro, ma manco un disco brutto, visto che comunque il livello globale delle composizioni è assai alto… E’ un disco che va assaporato piano piano e che ad ogni ascolto, acquisterà una sfumatura nuova. Sicuramente molti sono rimasti spiazzati dal singolo inziale “Dance of the clarvoyants“, che è un episodio a parte di tutto il lavoro. Forse un po’ troppo Talking Heads, forse un po’ troppo U2-iano, ma che nonostante l’abbia ascoltato allo sfinimento, ancora adesso “mi prende poco”.

Già dall’iniziale “Who ever said“, i Pearl Jam ,mettono sul piatto la loro incredibile potenza di suono. Chitarre limpide, voce cristallina e grinta , ti fanno capire che la band è ancora ribelle dopo tanti anni e mantiene intatta una punta di attitudine punk che non guasta mai. Non c’è tempo di trattenere il respiro, che subito parte il secondo singolo (anticipatore dell’album), “Superblood wolfmoon“, composizione scritta interamente da Mr Eddie Vedder, molto grintosa e con un bell’assolo di Mr Mike McCready. Il ritornello “Superblood wolfmoon took her away too soon”, ti entra in circolo come il miglior vino d’annata (nda, sappiamo tutti che Vedder se ne intende di vini e di certo anche musicalmente non vuole farci degustare stronzate).

Dance of the clarvoyants“, ve l’ho già descritta sopra e tutti l’abbiamo già analizzata fino alla noia. Dico, soltanto che per me è un singolo che forse verrà apprezzato maggiormente dal vivo(purtroppo ora come ora, non mi sento assolutamente di dire che la data italiana ad Imola, si terrà visti i tempi paradossali,tristi e allo stesso tempo tragici dovuti a quel maledetto Covid-19, che ha per sempre modificato le nostre vite).

Quick escape“, pezzo numero 4 del lavoro si segnala-personalmente- come uno dei più belli del disco. Un mashup ideale tra le sonorità dei Led Zeppelin (qualcuno ha detto “Kashmir”?) e il testo che tributa da vicino mr Freddie Mercury in questo modo:

“Reconossaince is on the corner/in the world not so far/First we took an aeroplane, then a boat to Zanzibar/ Queen cranking on the blaster/and Mercury did rise/come along where all we belonged/You were yours and I was mine/ Had to… Quick escape”.

E’ un pezzo che ti fa ballare e ti fa contemporaneamente riflettere su tutte le contraddizioni di un bersaglio assai facile per tanti rockers americani:il Presidente degli Stati Uniti d’America, mr Donald Trump. Un mid tempo molto potente , con cori tostissimi e la batteria di Matt Cameron, davvero in primo piano. Parlando di Matt Cameron, non posso che ricordare perché questo album è stato cosi’ rimandato. Matt è stato anche il batterista storico dei Soundgarden e negli ultimi anni, si era diviso tra Pearl Jam e Soundgarden. La band, dopo il suicidio di Chris Cornell (compagno nei Temple of the Dog, Mad Season per alcuni), è stata letteralmente colpita da questo tragico gesto ed ha impiegato un bel pezzo, prima di mettersi in discussione su un nuovo lavoro. Ovviamente le attività live sia della band, sia di Eddie, sia di Mike (coi Walking Papers ed altri) sono andate avanti.

Dopo quattro pezzi al fulmicotone, il ritmo si attenua provvisoriamente con la psichedelica (a tratti) ballad “Alright“, pezzo scritto interamente dal bassista Jeff Ament, che ha un certo dejavu con il periodo ispirato da mr Ravi Shankar per “The Beatles” e il loro epico “Sgt Pepper’s Lonely’s Hearts club band”. E’ anche uno dei pezzi, in cui continui a reclamare la voce di Eddie Vedder, che è davvero la ciliegina che assaporisce in modo unico la torta.

Subito dopo “Alright”, c’è la canzone numero “6” dell’album, “Seven O’Clock“, un pezzo che in alcuni momenti ricorda da vicino i Pink Floyd di “Comfortably Numb”, prima del ritornello. E’una canzone che dura ben 6 minuti e passa, che sa rilassarti alla grande.

Never destination” , è invece la traccia n. 7 dell’album ed è una delle canzoni maggiormente legate al passato della band. Midtempo,con vari cambi di tempo e che avrebbe potuto stare tranquillamente su “Vitalogy”.

C’è anche spazio poi, per “Take a long way“, canzone composta da Matt Cameron e che è un pugno in faccia e che sicuramente va a tributare anche l’altra sua band storica(periodo di “Superunknown”), “Soundgarden.

Buckle up” è la canzone più corta dell’album invece. Dura 3 minuti e 37 secondi e inizia con un bel arpeggio di chitarra acustica, che è poi rimarrà la struttura portante dell’album.
Eddie invita a riflettere con i versi

“Firstly do not harm, then put your seatbelt on/Buckle up”

forse una premonizione per i tempi che stiamo vivendo e che sono assai difficile. Pezzo nato dalla mente fervida di Stone Gossard.

Gigaton” si chiude poi con tre pezzi assai lunghi, “Comes than goes“, “Retrograde” e il conclusivo “River cross“.

Sicuramente (per me), non uno dei loro lavori migliori ma che comunque sarà gradito da tantissimi. Non ci sono hits totali che li fischietti e canti dal primo ascolto (nda mancano le classiche “Even flow”, “Corduroy”, “Jeremy”, “Spin the black circle”), ma è un lavoro che si apprezza, ascoltandolo tutto insieme. Nessuna canzone deve essere “skippata”, per poter gustare la sapiente ricetta che il quintetto di Seattle ha preparato in 3 anni per i loro devoti aficionados.

Comes than goes“, rimarrà il mio pezzo preferito del lavoro. Una bella ballata, solo chitarra acustica e voce. Un omaggio chiaro all’amico Eddie Vedder e ai “The Who”. Eddie ha anche aperto nel 2019 per la band. E ovviamente c’è il riferimento con il verso

“Can I try one last time/Could all use a saviour for human behaviour sometimes/And the KIDS ARE ALRIGHT”

Retrograde” è un’altra ballad che dura piu’di 5 minuti e che vede Mike McCready cimentarsi anche come tastierista. Niente che sia già stato ascoltato sia dagli stessi Pearl Jam ,sia dai R.E.M, sia dagli U2. Un pezzo che ,sicuramente(se eseguito) ,diventerà un momento da “telefonini in modalità torcia” od “accendini agitati al vento” in concerto.

Si chiude con “River Cross“, il pezzo piu’oscuro e darkeggiante del lavoro, pezzo assai lento e d’atmosfera che sfuma il tutto e ci fa venire subito voglia di rischiacciare “Play” per sentire “Gigaton”,un’altra volta.

Un lavoro – per me pensato e studiato – per l’esecuzione live.

Recensione di Mauro Brebbia

Tracklist

1-Who Ever Said  
2. Superblood Wolfmoon 
3. Dance of the Clairvoyants 
4. Quick Escap 
5. Alright 
6. Seven O’Clock 
7. Never Destination 
8. Take the Long Way 
9. Buckle Up 
10. Comes Then Goes 
11. Retrograde 
12. River Cross

Band

Eddie Vedder (voce,chitarra,tastiere)
Stone Gossard (chitarre, tastiere, basso,percussioni)
Mike Mc Cready (chitarre, tastiere,percussioni)
Jeff Ament (basso,chitarre,tastiere)
Matt Cameron ( Batteria,percussioni,chitarra)

Mauro Brebbia
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