Hayseed Dixie + Iron Mais @ Quirinetta, Roma – 2 marzo 2018

 

Compito arduo scrivere seriamente di questa serata, in quanto totalmente all’insegna dell’ironia e della demenzialità assolute.

La mezz’ora di set degli Iron Mais mette subito in chiaro quali saranno le coordinate musicali di stasera, infatti questi cinque ragazzi propongono un mix di bluegrass, rock e country con un’attitudine decisamente molto poco seria. Cover opportunamente riarrangiate come “Paranoid”, o medley di Pink Floyd ed Ennio Morricone (“Another brick in the wall part. 2” e il tema di “Per qualche dollaro in più”), si affiancano a pezzi originali come “Cu cù” (con la testa del chitarrista elettrico opportunamente coperta da una maschera a forma di testa di piccione).

La band strappa qualche sorriso, ma in generale il pubblico (decisamente scarso, siamo sulle sessanta presenze circa) risponde alla loro proposta piuttosto freddamente.

Sono venuto a conoscenza solo ultimamente della loro partecipazione ad X-Factor di qualche anno fa: facile intuire come il loro show sia – per la tv – qualcosa di decisamente fuori dall’ordinario, ma qui oggi è tutt’altra storia.

Tutt’altro discorso per gli headliner Hayseed Dixie: questi quattro pazzoidi mettono su un vero e proprio teatrino fatto di alcool, demenzialità, bluegrass/country/folk e una generale predisposizione al black humor: davvero non si contano le battute sulla politica nostrana e statunitense, Germano Mosconi (ebbene si!) e l’economia sociale, condite da qualche saltuaria bestemmia in italiano (e anche diverse lodi ai nostri vini!).

Durante le quasi due ore di concerto, la band esegue – ovviamente riarrangiandoli alla sua maniera, e intervallandoli con l’immancabile bevuta di vino bianco o whisky – diversi grandi classici del rock: “Love Gun”, “TNT”, “Eye of The Tiger”, “Ace of Spades”, “Don’t Fear the Reaper”, “War Pigs”, “Touch Too Much” e alcuni medley come “Highway to Hell/Free Bird”, accanto a brani come “Rebel Yell”, “Livin La Vida Loca” di Ricky Martin o “Clandestino” di Manu Chao. C’è spazio anche per una citazione di “Dueling Banjos” (da “Un tranquillo weekend di paura”), purtroppo non eseguita integralmente.

Le risate, l’allegria e l’euforia generale coinvolgono totalmente il pubblico, il quale si lancia in diversi cori a sostegno dei singoli pezzi.

Personalmente posso affermare che raramente mi sono divertito tanto guardando una band dal vivo, e tanto mi basta.

Peccato per la scarsa affluenza di pubblico ma questo, conoscendo Roma e la sua realtà, non mi sorprende neanche più.

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