Sono trascorsi 35 anni… davvero?

Appassionato di musica sin da bambino, non avevo ancora trovato soddisfazione negli studi della cosiddetta musica erudita, mancava un qualcosa che mi desse i brividi, quel qualcosa di particolare capace di provocare in me delle reazioni affascinanti e cariche di energia. Le radio private della mia zona passavano la solita musica italiana, che all’epoca detestavo totalmente (e ora?), con i cantautori che si intrecciavano in contorte storie d’amore o che si infuocavano in tematiche politiche che non mi interessavano per alcun motivo (c’era già troppo terrore per mettermi a pensare qualcosa del genere); le riviste musicali erano quasi del tutto inesistenti, se non le solite. Ricordo Ciao 2001 che in qualche trafiletto abbandonato parlava ogni tanto di rock e hard rock (credo che quel mensile non esista più e sostituito da migliaia di rivistucole per ragazzine assatanate, modaiole e prive di gusto – giusto così)… Rockstar ancora doveva arrivare nelle edicole della mia zona e i vari Rockerilla, HM, Metal Hammer erano dei sogni del tutto impossibili per noi, senza parlare delle riviste straniere come la mitica Kerrang…

Nonostante ciò la voglia di trovare qualcosa di nuovo era troppo forte e già da tempo avevo scoperto personaggi e gruppi vari leggendo sporadicamente qualcosa qua e là o grazie a qualche audiocassetta che non so come fosse capitata fra le mani di mio padre (che non ha mai capito niente di musica moderna e tantomeno di musica rock), o perchè amici universitari che andavano a studiare in qualche grande città (partiti alla conquista del nuovo mondo e rientrati tronfi e carichi di vita vissuta come ancora oggi per fortuna accade) mi avevano introdotto su altri territori facendomi dei nomi che per me non avevano alcun significato o perchè troppo giovane da comprendere…

E allora mi aggiravo per i rari negozi di dischi (chiamarli negozi di dischi è veramente tanto) cercando e spulciando, tentando di ricordare i nomi di cantanti e band che avevo sentito nominare o di cui avevo avidamente letto qualcosa, guardando le copertine, che si erano appiccicate le une alle altre per il caldo o più semplicemente per la noia di non essere apprezzate, e scrutando i volti dei musicisti, inalando l’odore del disco nuovo (mi piace farlo anche oggi) per cercare di carpire quella magica essenza nascosta tra i solchi.

E così accadde che un pomeriggio della primavera del 1980, una primavera come tante altre, entrato in un fantomatico negozio di dischi, piuttosto una cartolibreria con una striminzita manciata di LP, mi trovai di fronte una copertina di un disco che colpì immediatamente la mia immaginazione e mi incuriosì in modo del tutto inaspettato…

Al centro era raffigurato un busto di un personaggio del tutto rinsecchito, mal vestito, con gli occhi infuocati e le orbite nere, con i denti ingialliti e non curati ed i capelli all’insù, una figura spettrale e quasi disumana in una città indifferente e distaccata… bene… è troppo facile capire che quello era il primo disco degli Iron Maiden e non posso mai dimenticare quando, dopo l’acquisto e la conseguente corsa da forsennato verso casa, alzai la copertura del giradischi, misi il disco sul piatto ed ascoltai l’attacco di ‘Prowler’ che mi fece sobbalzare all’epoca e che ancora oggi mi provoca la stessa reazione di 35 anni fa… sono trascorsi solo 35 anni…

Che splendida la copertina con quel personaggio orrido e con gli occhi di fuoco. Eddie, scoprii molto tempo dopo il suo nome… da quel momente mi avrebbe accompagnato in molti momenti della mia vita e sarebbe rimasto con me tra le mie gioie e i miei passi di totale sconforto… Vederlo sul palco durante i concerti mi faceva sorridere ed emozionare come ancora oggi mi succede quando mi trovo ad assistere a un cocnerto dei Maiden e vederlo poi cambiare con gli anni e con gli album rappresentava anche il cambiamento della mia vita e dei miei anni… Mi iscrissi al primo fantomatico fan club e mi arrivò tanto di tesserina di colore giallastro, con sopra stampato il mio nome inciso con i solchi decretati da una macchina da scrivere e inoltre la maglietta in bianco e nero con il ‘volto’ di Eddie e il logo Iron Maiden…

Bellissimo… Questi non sono ricordi… è la mia vita. Tutto ciò che sono io. Tutto qua.

La voce di quel matto di Paul Di’Anno, che uomo unico (rivisto dal vivo tantissimi anni dopo, ascoltandolo ad occhi chiusi, un tuffo nel passato e un viaggio senza tempo e aver chicchierato assieme è stato piacevole onore), che cantante singolare (‘non so perchè cantavo negli Iron Maiden, a me piaceva il punk…’), che filibustiere del rock’n’roll… Clive Burr, che gli dei del rock’n’roll lo abbiano in gloria, grande batterista che ha avuto a che fare con la propria vita in modo così drammatico… Dennis Stratton che dopo questo album lascia la band e rimarrà nell’olimpo (hei, lui era nel primo album dei Maiden…), troppo poco forse… I tre appena nominati a mio parere rappresentano la parte folle del voler essere delle rockstar, genio e sregolatezza, follia e genialità. Poi i due colossi della band, quelli tutti d’un pezzo: Steve Harris. Per i giovani lui c’è sempre stato, per noi invece ha rappresentato un punto di partenza, un musicista dall’invidiabile tecnica, dalla passione disarmante e dall’impressionante caparbietà e testa dura. Se non fosse stato per lui forse ora io sarei qui a scrivere dei Samson (…). Dave Murray, il virtuoso dei giri di chitarra, dei ricercati intrecci e delle armonie devastanti. ah…

Ricordo la gola andare a fuoco cantando il ritornello senza fine di ‘Running Free’, ricordo la mente vagare ascoltando ‘Remeber Tomorrow’e ‘Strange World’, impazzisco ancora oggi ascoltando le note di ‘Phantom of the Opera’ e ‘Iron Maiden’… Cosa vuol dire capolavoro e far parte di un sogno senza fine…

1980-iron-maiden
Cominciai così a cercare di capire cosa fosse quella ‘musica melodiosa’, quel ‘miele’ per le mie orecchie, quel profumo di vita che aveva cominciato a prendere corpo di fronte a me nella mia stanza ed immediatamente iniziai a cercare in giro altre band o cose del genere… Sempre fra le riviste fantasma dell’epoca trovai la definizione che determinava il senso di appartenenza di quella band a tante altre: New Wave of British Heavy Metal… “…ma cos’è, e che vuol dire?…”; quel movimento rinnovatore e ‘rinfrescante’ che cercava di dare una ventata di modernità all’hard rock, del decennio precedente, oramai un po’ troppo standardizzato…

Uno stile unico ed espressione di un luogo circoscritto e ben definito, situato al di là del Canale della Manica, per me all’epoca molto lontano, sogno irraggiungibile a migliaia di chilometri e separato dalle acque, e caratterizzato dalla diversità compositiva e non dall’uguaglianza e dalla ripetitività o all’omologazione dei gruppi, ma allo stesso tempo unico momento di una ribellione sconsiderata e sentimento comune di un popolo musicale che stava per mettere le proprie radici ed incominciava a creare la propria storia. Se penso a quando cominciai a scoprire nomi e alle mie conseguenti reazioni e a fare mie nuove band come Saxon, Girlschool, Tygers of Pan Tang, Samson, Tank, Venom, Diamond Head, Angel Witch, Def Leppard, Rock Goddess, Raven, Demon e i Motörhead… I Motörhead… i miei Motörhead, i miei preferiti, i miei unici, i miei!!! (anche se esistevano da più tempo e traghettatori naturali dall’hard rock all’heavy metal, con quel pizzico di punk esagerato). Era fatta, tutto mi piaceva, i riff di chitarra così potenti e differenti fra gruppo e gruppo, le voci grintose, melodiche, roche, i ritmi così duri e veloci che si insinuavano nelle mie meningi e che curavano i miei dispiaceri, quelle vibrazioni selvagge e quel senso di terremoto che mi triturava le ossa…

La scoperta di quel nuovo universo mi diede una scossa inaspettata, creò quella sensazione che stavo cercando, mi chiarì le idee, mi diede quel brivido energetico che stavo aspettando, appagò quella fame che da tempo era nata dentro di me e che non riuscivo ad eliminare. Quelle particolari sonorità, quei modi di fare così peculiari erano ciò di cui avevo bisogno per determinare il mio modo di essere e di vivere in modo autonomo e quasi del tutto libero la mia vita. Era un insieme di emozioni, un insieme di stati d’animo che mi accompagnavano durante la mia quotidianità, un cambiamento che oggigiorno porto per fortuna ancora con me sapendo di essermi rinnovato e di aver accumulato più esperienze anche grazie a quel momento storico che per me rimane sempre attuale e non perchè io sia un adulto nostalgico. E’ strano a dirsi ma so di aver affrontato la mia vita cercando di viverla fino in fondo, osando ogni giorno di più, capendo quando fare determinate scelte, riuscendo ad assumermi le mie responsabilità, ma allo stesso tempo non prendendo mai la mia esistenza troppo seriamente ma con la giusta dose di ironia e di sarcasmo sapendo spesso ridere di me stesso, prima di ogni altra cosa…

Ma un altro aspetto veramente importante per me di quel periodo, direi fondamentale, è stata la condivisione con i miei amici di quel momento, gli amici di un tempo che sono gli stessi di adesso; il vivere quelle note e le conseguenti emozioni, condividere i sentimenti e gli stati d’animo, le serate nei pub cosiddetti ‘nostri’ a bere birra e i pomeriggi trascorsi nelle nostre camere con la musica a palla ed in mano una inesistente chitarra, oscillando le nostre teste e lasciando volteggiare i capelli che tutti un tempo avevamo lunghi e incredibilmente belli. Scambiarci le cassette che copiavamo dai nostri dischi (altro che download…), cantare a squarciagola durante i nostri primi concerti e per vederli si partiva all’alba e si rientrava la mattina seguente sempre se riuscivamo a beccare il treno giusto, sporchi, stanchi e felici, mangiando panini al formaggio e raccontando la nostra avventura, magari esagerandola un po’, in questa o quella città e le nuove amicizie di una sola notte..

“Ma come ti vesti!!!”, “Togliti ‘ste borchie”, “Tagliati i capelli!!!”, “…ma che ne capisci tu della musica e della vita…”, ”…altro che metallaro, piuttosto metalmeccanico…”. Questo ci sentivamo dire e tutte le volte questi epiteti facevano aumentare la fierezza del nostro essere e della nostra vita vissuta… Per questo quando ora incontro ragazzi che amano sentirsi parte di un qualcosa che a loro piace, mostrando il loro modo di essere al mondo con capelli sparati, giubbotti strani e qualche borchia o catena qua e là, sorrido e capisco cosa stanno vivendo, rispetto e comprendo cosa sta nascendo dentro di loro… Sono loro gli adolescenti che eravamo noi e che ero io…

Noi siamo stati e siamo come voi. Non siamo stati o non siamo diversi, ma abbiamo fatto delle scelte differenti e di questo ne siamo consapevoli e felici, perchè anche se dopo trent’anni i nostri capelli sono diventati grigi o non ci sono più, sono e siamo ancora degli adolescenti come tanti altri, coscienti e realisti senza essere affetti della sindrome di Peter Pan, ma, per dirla in modo più figo, dei teenager con ancora tanti sogni nei nostri pensieri, tante idee per la testa, ma con meno voglia di capire tutto quello che sta succedendo in questo strano mondo che si allontana da noi sempre di più…

Avatar
Author

Born to Lose, Live to Win | Rock'n'Roll is my life, so... long live rock'n'roll !!!

Write A Comment

X

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi